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  “BURUNDI, LA TERRA DEL DOLORE E DEL SILENZIO”, LE PAROLE DI UN LETTORE



23/02/2017. Abbiamo ricevuto queste righe di commento al libro di Maria Ollari da parte di un lettore. Sono molto intense, ve le proponiamo.

Leggere MARIA OLLARI, Burundi, la terra del dolore e del silenzio, introduzione di Marco Deriu, Formigine (Mo), Infinito edizioni, 2016 mentre Aleppo brucia senza tregua, mentre papa Francesco visita la Georgia e il Caucaso dei conflitti sopiti e silenziati, muove ad una lieve correzione del titolo. Il Burundi è una terra del dolore e del silenzio, non la sola, non la prima. Come è una terra del prossimo possibile genocidio dato che il linguaggio dei media locali, sorvegliati speciali dell’apparato del sempre presidente Nkurunziza ripropone termini come “scarafaggi”, designante i tutsi e kora termine usato nel 1994 per mettersi al lavoro, cioè iniziare la mattanza dell’etnia avversaria e dei loro alleati o difensori.

Per l’autrice però il Burundi non può che essere la terra del dolore e del silenzio perché è la terra che ha scelto dalla sua adolescenza, la terra della sua vocazione, la patria eletta dell’impegno della sua vita, la terra in cui ha curato i corpi e gli animi di tutte le etnie, la terra in cui ha conosciuto l’amore, la terra che ha messo alla prova i suoi ideali.

Ora la vita è spesa, gli ideali, politicamente, sono infranti, la guerra, ancora, minaccia i giorni e le notti.  Ma la politica è solo il fascino perverso del potere, non è la misura del valore di un uomo e di un popolo, dell’arte, della religione, della filosofia. Il valore dell’ubuntu, espressione africana che indica il codice di condotta di riconoscimento e collaborazione con l’altro uomo che in  europeo potrebbe dirsi Erfurcht vor dem Leben che Paolo Ricca, decano della Facoltà teologica valdese di Roma ci ha recentemente ricordato a proposito di Albert Schweitzer come il timore sacro e reverenziale di fronte alla vita che non è oggetto, non è cosa, ma è, in ogni forma, “vita che vuole vivere in mezzo ad altre vite che anch’esse vogliono vivere”. Questa intuizione Schweitzer la maturò al centro dell’Africa sulla base dell’ispirazione evangelica e della spiritualità indiana.

Anche Maria Ollari conosce le stesse ispirazioni e le mostra nelle pagine (118-120) dedicate alla resistenza attiva non violenta che riproducono i contenuti della conferenza da lei tenuta a Roma nel 2000 per l’associazione dei burundesi a Roma. È la proposta audace, esigente, difficile, “una scelta interiore profonda che … non va soltanto teorizzata, ma anche pensata, preparata, organizzata in maniera sistematica e va agita con determinazione e coraggio. È con queste parole che richiamano Hanna Arendt (La responsabilità personale sotto la dittatura) che Maria Ollari conclude quella relazione. Ella può esprimere il suo pensiero a Roma, non a Bujumbura, ma la risposta è l’impenetrabilità dei sorrisi ironici dei burundesi allora presenti. I sogni non si compiono, perduti anche da chi li aveva coltivati, le condizioni civili di una scelta interiore che si organizza socialmente sono assenti, impossibili in una società oppressa e martoriata.

La vita dell’autrice protagonista è testimonianza della comunicazione tentata ma non compiuta, dell’amore vissuto ma non realizzabile, della giustizia perseguita ma ancora mille volte oltraggiata, della democrazia mimata ma insussistente.

L’eredità del colonialismo è ancora invalicabile e così  il retaggio di separazioni intestine che le lingue, la religione portata dagli europei non riescono a rielaborare. Rielaborare la lingua e i messaggi per renderli condivisi come valori costituenti. Condivisi tra etnie per una reale cittadinanza democratica, condivisi nella chiesa e  tra le chiese in reale pratica ecumenica. Invece queste categorie europee restano ideologie deboli, abiti da cerimonia che catturano e non celebrano il dono della gratuità di alcuni spiriti liberi che testimoniano con la forza delle loro lacrime le sofferenze di un parto che non giunge a termine, di una libertà umana che non viene ancora alla luce. L’esperienza è drammatica. Come perseguire la pace? Come educare al dialogo? Come stabilire una legalità che proceda verso l’equità? Come impedire l’obbrobrio dei campi di concentramento? Come assistere déplacés  e réfugiés? Come non giustificare la lotta armata? Come resistere alle menzogne e alla brutalità? Restiamo travolti da una gragnuola di quesiti inevadibili.

Fondamentale è conoscere e tentare di comprendere. Fondamentale sospendere il giudizio superficiale. Quasi tutta la nostra e la loro, delle genti d’Africa,  comunicazione politica è colma di semplificazioni strumentali che attizzano l’odio per aggregare consenso bieco e ignorante. Fondamentale educare il linguaggio nella costruzione di una realtà sociale che pratica il timore sacro e reverenziale di fronte alla vita. Mi sembra così di esprimere di nuovo anche l’itinerario di questa volontaria partita precocemente, presa dal sacro fuoco del fare, della cura sanitaria dei corpi e divenuta nella storia formatrice e consulente in ambito relazionale. Questo dice il lessico psicosociale per indicare quanto preferisco chiamare diventar donna, filosofa del silenzio, dell’attesa, del dono di sé.

di Carlo Sala



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